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Da Evans/hall A Mehldau/metheny

Copertina dell'album UndercurrentNella storia del jazz moderno l’incontro tra chitarra e pianoforte ha dato vita ad album che sono divenuti nel tempo opere fondamentali non solo per la qualità della performance dal punto di vista melodico e/o armonico, piuttosto per il fatto che rappresentano una fonte inesauribile di ispirazione e di studio per le generazioni successive di musicisti. In questa ristretta cerchia di capolavori va certamente annoverato l’indimenticabile incontro tra Bill Evans e Jim Hall, concretizzatosi nel fondamentale “Undercurrent” del 1962 per l’etichetta Blue Note e nel successivo “Intermodulation” del 1966 per l’etichetta Verve.
Copertina dell'album Intermodulation In entrambi i casi non ci troviamo di fronte ad un’autocelebrazione ad uso e consumo delle schiere di adoratori dei due grandi musicisti, secondo una tipica tendenza del jazz cosiddetto “mainstream”; al contrario, assistiamo ad un vero e proprio laboratorio di ricerca, nel quale le idee di partenza vengono stravolte e il risultato è talvolta imprevedibile e spesso mutato nelle forme espressive iniziali. Tra i due musicisti c’è una empatia palpabile tra mente e pathos, un “interplay” (termine coniato da Bill Evans per sottolineare l’interscambio musicale tra gli elementi del gruppo) mai di “maniera”; i due viaggiano lungo il filo di una sincronizzazione melodica e mentale straordinaria, parlando sottovoce con i loro strumenti; si ascoltano e si rispondono, in un dialogo che coinvolge l’ascoltatore e lo rende partecipe di una storia. Lo stesso Hall, in una intervista rilasciata a Jazzitalia, ricorda così questa esperienza:

“Oh! Il duo con Bill! E’ stato un tal privilegio! E - questo è interessante - non sapevo che mi sarebbe ancora capitato di parlare di quei dischi…(sorride) Conoscevo Bill già da un po’ di tempo, e aveva influenzato molto il mio modo di suonare la chitarra…Il tutto era collegato al suo particolare approccio al pianoforte. Quando arrivò con Miles Davis la maggior parte degli altri pianisti avevano un approccio sul genere “macho-bebop”, ma Bill era in grado di creare una diversa atmosfera, e l’adoravo. Stavo lavorando con Sonny Rollins quando una notte si presentò lì da noi Bill e mi disse: “Ti andrebbe di fare un disco, magari solo noi due in duo?” Detto fatto! Comunque è stato un privilegio…La maggior parte della gente se lo immagina come questa tragica figura seduta al pianoforte…ma in effetti era un brillante, aveva un buon senso dell’umorismo, era un grande cuoco…”

Copertina dell'album Duologues Altra esperienza importante da sottolineare è l’incontro tra Jim Hall e il pianista Enrico Pieranunzi, noto per una componente lirica che lo ha fatto spesso accostare ad una sensibilità di tipo “evansiano”. In una intervista sempre a Jazzitalia lo stesso Pieranunzi afferma:

“Non so se il mio lirismo sia accostabile a quello di Bill Evans, ma è interessante che anche lui avesse una forte preparazione classica, una grande sensibilità per la musica francese, per la musica impressionistica, la musica russa… Per cui può darsi che siano questi gli elementi di convergenza, anche se alla fine credo che questo per me sia ormai molto relativo… Certamente ho avuto un periodo di forte influenza, anche dichiarata, ma d’altra parte Evans ha influenzato tutti i pianisti moderni importanti, non si sfugge, perché ha cambiato la grammatica del pianoforte dal punto di vista armonico. Sul lirismo, per me è certamente molto lusinghiero essere accostato a Bill Evans.”

Ma Hall e Pieranunzi, da musicisti di grande esperienza, non cadono nel tranello di rievocare le sessioni in duo Evans-Hall, ed anzi sfuggono alla tentazione di eseguire esclusivamente temi cantabili, dando invece molto spazio alla parte improvvisativa ed alla costruzione del brano nel momento stesso dell’esecuzione. I tre “Duologue” sono un continuo domanda/risposta tra chitarra e pianoforte che si corteggiano, passeggiano insieme, talvolta separati ma dando sempre un senso alla costruzione musicale; e la stessa “Our Valentine”, ispirata evidentemente alla composizione di Rodgers e Hart che tante volte i due hanno eseguito in passato, viene soltanto accennata, soprattutto in certi passaggi armonici e raramente nel tema, ma risulta comunque altro dall’originale.

Copertina dell'album Metheny MeldauEd infine arriviamo al disco Metheny Mehldau, primo episodio di un progetto che porterà alla realizzazione di un altro album e di un tour che già promette live memorabili; si tratta di dieci brani, tre del pianista e sette del chitarrista, otto dei quali suonati in duo e due in quartetto, con Larry Grenadier e Jeff Ballard. Le composizioni di Mehldau sono riflessive e introspettive, mentre gli originali di Pat sono più solari e pulsanti; tuttavia, a mio parere, ascoltarlo tutto di un fiato non è il modo migliore per apprezzarne le sonorità suggestive. Nel complesso un ottimo album che farà molto parlare di sè… comunque, per quanto mi riguarda, in cima alla lista Intermodulation è ancora il leader incontrastato -)

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